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Albertobaldazzi

Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"

18 Luglio 2016, 10:30am

Pubblicato da Alberto Baldazzi

Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"

L'intervento che segue è una sintesi di quello rilasciato da Luca Baldazzi, animatore de L'Osservatorio Quotidiano dei Tg, durante la presentazione presso la Federazione Nazionale Stampa Italiana del suo primo libro: "No, non è la BBC, Rai e Servizio Pubblico Britannico a confronto in attesa della Riforma".

"Ringrazio per l’ospitalità della FNSI, oltre a tutti i presenti, alcuni dei quali hanno contribuito in maniera decisiva a guidare la mia ricerca, che si è svolta attraverso una permanenza di 6 mesi presso la Broadcasting House londinese della BBC ed i molti centri di produzione Rai di Roma.

In questo lavoro, pubblicato dall’Editore Minerva nella Collana di Studi Eurispes, non mi sono ripromesso di svelare scenari incogniti, ma di guardare alla Rai con gli occhi di chi, per un verso, considera comunque essenziale il ruolo del nostro servizio pubblico radiotelevisivo; per un altro, da una certa distanza rispetto alle baruffe talvolta chiozzotte che la riguardano. Distanza dovuta anche all’appartenenza ad una generazione che è nata con la televisione commerciale e con il duopolio in un panorama in cui la comunicazione si è da tempo parcellizzata nella rete. La Tv pubblica del primo quarantennio non l’ho quindi vissuta ma solo studiata, scoprendo tra l’altro come i miei coetanei, ma anche molti quarantenni, poco o nulla sanno o ricordano dell’impatto decisivo avuto dalla “prima” Rai nella crescita del Paese. Anche per questi soggetti dedico nel mio libro alcune schede che sintetizzano la storia, in alcune stagioni gloriosa, della Rai.

Ma la Rai a cavallo tra vecchio e nuovo secolo ha ampiamente dimostrato che non si può “vivere sugli allori”. Non sto parlando delle critiche che possono esserle mosse per la qualità dei programmi o la continua ricerca dello share e degli ascolti, numeri per i quali la Rai risulta ancora vincente. No, ciò che la Rai ha perduto di vista in questi anni è il suo ruolo di “agenzia culturale”, di agenzia di senso di questo Paese, un ruolo confermato fino alla soglia degli anni ’80 e riproposto ma non realizzato in alcune fasi degli ultimi decenni. Il bilancio della mia ricerca è, ovviamente, variegato, ma di fronte a tanti casi di produzioni di qualità ed indubbie manifestazioni di capacità professionale, giornalistica e artistica, è difficile affermare che all’oggi la Rai sviluppi appieno il suo ruolo di servizio pubblico. Non è un caso, su questo versante, che anche quelle trasmissioni televisive e radiofoniche premiate dallo share non riscontrino un pieno “apprezzamento” da parte del pubblico. Il professor Mario Morcellini in una delle conversazioni che compendiano il mio lavoro osserva proprio come il giudizio del pubblico verso la programmazione Rai sia spesso e volentieri critico perché, a prescindere dalla qualità dei singoli programmi, il teleutente tende ad ascrivere alla programmazione del servizio pubblico compiti e ruoli che non vede soddisfatti. il pubblico c’è, ma il “cittadino” non sente “sua” questa Rai. Ne fa uso, la consuma, ma non riscontro differenze tra l’offerta del Servizio Pubblico e quella della televisione commerciale.

Esplicitata o meno che sia, la mission è ciò che caratterizza e innerva un servizio pubblico, mentre lo share, spesso coniugato in assoluto, andrebbe rapportato alle finalità proprie della “agenzia culturale”. Renato Parascandolo, che ringrazio per il contributo al mio libro, con l’iniziativa che ha coordinato negli ultimi anni - Una carta d’identità per la Rai - ha lavorato in tal senso, ed attraverso una consultazione di base tra gli studenti, elementari e liceali, ha elaborato una definizione aggiornata di mission, che è stata presentata sia ai dirigenti Rai che al ministro Giacomelli che al Presidente della Repubblica. Questo non è, almeno per me, l’agire di un l’alfiere nostalgico di un’epoca sorpassata e di sensibilità che non possono tornare. Al contrario parlare di mission per il servizio pubblico è essenziale, tanto più in una fase che da anni è caratterizzata da forte crisi economica, perdita di peso e di ruolo dei corpi intermedi, illanguidimento delle identità storicamente determinanti che hanno incanalato la crescita civile ed sociale del Paese. Da questo punto di vista, la crisi della mission della Rai fa il paio con quella che ha sconquassato anche l’altra grande agenzia di senso, il sistema scolastico, depauperato a più riprese in anni passati di risorse ed interesse. Non bisogna essere degli ispirati profeti per vaticinare che una società non si regge, non tiene se non è dotata di agenzie di senso e se è lasciata in balia di un mercato senza se e senza ma, con canali di comunicazione primari appaltati all’apparente spontaneismo della rete. Inutile dire che di mission del servizio pubblico si parla poco e male anche in tempi di parzialissime e contestate riforme e di rinnovo della concessione Stato-Rai, mentre la massima attenzione, da parte di una cerchia comunque ristretta di classe politica e giornalistica, che male interpreta i cittadini in carne ed ossa, si concentra sul tema della governance. Ovviamente la governance resta importante ma, personalmente, mi interessa di più «su che cosa cosa» si esercita la “governance” che su «come» governare. A muovere le stesse critiche anche Vincenzo Vita, che denuncia come a suo tempo anche da sinistra non si sia riusciti a generare un sistema radiotelevisivo più equilibrato e meno «succube» dell’egemonia delle televisione commerciale.

A sostanziare queste critiche, dedico 3 paragrafi del mio libro all’analisi del “termine di paragone”: la BBC. Ne tratto la storia, i progetti avviati nell’ultimo decennio ed il rapporto con le altre realtà della società britannica. Da qui il titolo “No, non è la BBC” che riprende uno dei più noti gingle del Renzo Arbore di "Alto Gradimento”. A metà degli anni ’70 la Rai poteva infatti guardare negli occhi il mitico Servizio pubblico britannico proprio grazie alla funzione che aveva svolto e svolgeva nell’accompagnare la crescita del Paese, a partire dall’unificazione linguistica.

A differenza della Rai, la forza della BBC sta anche oggi tanto nel proporre produzioni di qualità, che nella capacità di andare incontro ai cambiamenti della società britannica accompagnando da protagonista queste trasformazioni. Se a noi osservatori esterni la BBC può apparire, data la sua storia quasi secolare, un’istituzione monolitica sempre uguale a se stessa, l’azienda è in realtà fluida, capace di rinnovarsi ed andata in anni recenti incontro a molte trasformazioni. La principale è stata, nel 2007, la sostituzione dello storico organo direttivo dell’azienda, il Board of Governors, frazionato in un consiglio amministrativo, lo Executive Board, e da un organo di indirizzo della compagna, il Bbc Trust. L’obbiettivo trasversalmente condiviso è stato quello di presidiare e rinsaldare l’autonomia della BBC dall’influenza del potere esecutivo. Anche in Gran Bretagna, dunque, ci si occupa di governance, ma in quel frangente la mission del servizio pubblico non è stata messa in discussione, anzi è stata ribadita con il varo di politiche come il “continuous improvement program” e “delivery quality first”. La tabella che segue illustra i tanti cambiamenti e adeguamenti intervenuti per “meritare” il plauso dei cittadini e assicurare l’utilizzo più oculato del canone, che – lo ricordo – in assenza di ricavi pubblicitari per le produzioni destinate al mercato nazionale, rappresenta l’unica risorsa, per altro assai ingente, su cui la BBC può contare: circa 4 miliardi e 300 milioni di euro al cambio del dopo brexit, ovvero due volte e mezzo il valore del canone della Rai."

Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"
Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"

Molte delle campagne degli ultimi anni hanno riguardato iniziative mirate a distribuire sul territorio nazionale i centri di produzione, a ristrutturare i canali del broadcasting e a crearne sul web, a ridurre i costi, ed anche a ridurre progressivamente il gap tra gli stipendi del dipendente medio e dei dirigenti. Questa ultima iniziativa forse può apparire venata di “populismo”, dato che il nuovo Trust ha certamente mirato a guadagnare il sostegno della pubblica opinione, ma è importante segnalare come complessivamente la rinnovata BBC abbia operato concretamente ed efficacemente nel sistema delle comunicazioni e nella Conversione al Digitale della Gran Bretagna.

Merita qui particolare menzione l’iniziativa avviata dalla BBC per facilitare la transizione: il Digital Switchover Help Scheme, un piano d’informazione e supporto rivolto ad assistere i consumatori disagiati (anziani o disabili) nell’ambientarsi con i nuovi strumenti digitali. Questa campagna, condotta dalla compagnia con l’ausilio di 603 milioni di sterline di finanziamento pubblico aggiuntivo al canone, ha in 5 anni supportato oltre 7 milioni di utenze e offerto pratica assistenza (nella forma di visite a casa, centri di divulgazione per le strade o simili) ad 1.3 milioni di persone anziane o disabili, per buona parte a titolo gratuito. Delle risorse rese disponibili, la BBC ha in seguito restituito allo stato circa 400 milioni di fondi non spesi, a riprova di una politica aziendale votata al risparmio e al rispetto delle risorse pubbliche.

Per fare un parallelo che risulta alquanto avvilente, la Rai è stata perlopiù oggetto e non soggetto del passaggio al digitale terrestre, mentre in quegli anni il governo si è “limitato” a finanziare alcune aziende amiche attraverso il contributo per i decoder.

Ma rimanendo al tema della piattaforma digitale, anche dieci anni prima del Trust la BBC si poneva come “national champion” ed autorevole operatore del web attraverso un’offerta sempre nuova e puntuale che ha rivoluzionato e aggiornato la filosofia tradizionale del brodcasting. Sono anni che la BBC non produce “soltanto” per il video, in cui comunque si conferma l’operatore leader, ma imposta una consistente parte della sua offerta perché sia direttamente declinabile per il web, che inoltre si caratterizza per una rilevantissima presenza di educational. Ciò accade perché i tempi e le modalità per l’assunzione dei contenuti educativi tendono a favorire l’on demand alla televisione, e questo la BBC lo ha capito quasi subito. Il pubblico britannico è stato così attirato verso il consumo della rete proprio dalle offerte della BBC, che non a caso occupa con il proprio comparto web il ventesimo posto nelle classifiche mondiali e il settimo in Gran Bretagna, dove rappresenta di gran lunga il primo soggetto editoriale. Ben diversa è la situazione in Italia, come si ricava dalle tabelle che seguono. La Rai ha ancora una presenza assai poco significativa nel web, di contro a quella più rilevante di diversi soggetti editoriali come Repubblica, Il Corriere della Sera, e persino il Fatto Quotidiano.

Dati attinti lo 02/03/10\6

Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"

Negli ultimi anni stiamo comunque assistendo ad una crescita dei consumi di alcuni prodotti Rai sulla piattaforma online, ma si tratta per molti aspetti di un fenomeno “spontaneo” dovuto alla presenza ed alla diffusione di questi contenuti sui social network ai quali è ormai possibile accedere continuamente grazie agli smartphone delle ultime generazioni.

Questi numeri testimoniano una realtà piuttosto chiara e avvilente: la Rai non ha neanche tentato di svolgere una funzione da servizio pubblico nella crescita del web, e gli effetti dell’assenza del nostro potenziale campione nazionale si sentono, e come, in una rete che è dominata da soggetti non italiani e utilizzata principalmente nell’area dei social votati all’intrattenimento. Mentre la BBC ha cavalcato e determinato lo sviluppo del web, da noi la Rai è stata assente, e questa è una pesantissima responsabilità che non si giustifica, ma si spiega, con l’assenza di una “testa” da servizio pubblico.

Se ci chiediamo il perché, a mio giudizio la spiegazione è semplice, e rimanda a quella contraddizione caratteristica del duopolio pubblico-privato creato ad arte per presidiare gli interessi della Tv commerciale: la dittatura della pubblicità. Il web è un sistema che va creato dal nulla, con ricavi che si sostanziano solo dopo anni e consistenti investimenti ad opera di soggetti sia privati che pubblici. In Italia si è preferito da parte dei privati - leggi Mediaset - raschiare il fondo del bidone del tradizionale advertising, in logica di quel semi-monopolio in mano allo stesso attore, leader del sistema pubblicitario. Perché occuparsi di web se gli affari, i fatturati, si realizzano nel broadcasting? Da parte pubblica e, quindi, in Rai, è invece mancata la volontà stessa di indirizzare ed educare il pubblico all’utilizzo delle potenzialità della rete. Questo disimpegno, che nella ricerca illustro a fronte delle iniziative condotte a molti livelli dalla BBC, si ritrova anche in un altro ambito nel quale - per quello che vale - si addensa la critica più forte mossa nel mio libro alla Rai: quella di aver mancato di sviluppare nell’ultimo trentennio la collaborazione con il sistema dell’istruzione, che aveva rappresentato una delle funzioni universalmente riconosciute alla Tv degli anni ’50, ‘60 e ‘70.

Il confronto tra l’impegno nell’area educational tra Rai e BBC è a dir poco deprimente, e non perché siano mancate in Italia proposte culturalmente e professionalmente adeguate. Ma anche in questo caso la “testa” della maggior parte delle dirigenze Rai è stata in un “altrove” deprivato della coscienza di quanto sia essenziale il ruolo del servizio pubblico in ambito educativo e culturale. Ancora oggi quel poco che resiste nell’area educational della Rai affonda le radici nel lavoro di operatori e intellettuali impegnati in azienda come - e lo cito ancora - Renato Parascandolo o come Gianpiero Gamaleri. Anche Tullio De Mauro nel mio libro parla di un “totale disimpegno” della Rai, a partire dagli anni ’80, dalla funzione pedagogica che solo per i de-culturalizzati e gli ignoranti “sa” di arcaico e di superato.

Intervento di Luca Baldazzi alla FNSI per la presentazione di "No, non è la BBC"

La tabella qui sopra dimostra come anche quei canali tematici deputati alle produzioni “di cultura” e “educative” (Rai 5, Rai Storia e Rai Scuola), rappresentino solo dei “ghetti”, e non per la qualità delle proposte, ma per il disinteresse con cui queste sono vissute a Viale Mazzini. Se si tratta di mettere i bambini davanti al video per liberare mamme e parenti, encomiabilmente Rai-YoYo “funziona”, anche nello share. Ma passando a Rai Storia, a Rai5 e, soprattutto, a Rai Scuola, viene il dubbio che gli ascolti censiti più che reali siano il frutto della tolleranza dei sistemi di rilevazione che non possono “produrre” numeri algebrici, ossia negativi. Il confinamento delle offerte di particolare qualità in canali tematici negletti in primo luogo all’interno della stessa azienda è un segno dello scarso coraggio della dirigenza che rincorre l’ascolto di prime time e teme - erroneamente - che la qualità non si coniughi con lo share.

Tornando al confronto con la BBC, vorrei segnalare un aspetto che coniuga insieme il delta sia nell’attenzione al sistema scolastico che a quello dello sviluppo del know-how del web. Della Rai abbiamo detto. La BBC, invece, ha sempre contribuito allo sviluppo del digitale. Una prima volta addirittura negli anni 80’ con il Computer Literacy Program e, qualche mese fa, nella primavera appena passata, con il progetto BBC Micro Bit. LINK. La BBC ha portato a termine queste due operazioni indirizzate al mondo degli studenti e consistenti nella produzione e distribuzione a proprie spese, quindi con i soldi del canone, di milioni di device consegnati alle scuole pubbliche e private e agli studenti delle superiori finalizzati ad acquisire skills nella programmazione informatica, assecondando l’aggiornamento dei programmi ministeriali che hanno introdotto nel 2014 la materia di computing tra quelle obbligatorie.

In conclusione di questo intervento, vorrei segnalare che cosa, da cittadino, vorrei dal mio servizio pubblico, per il futuro della Rai: sanare quegli abissi che si sono creati con il mondo della formazione e dell’istruzione, e quella carenza di ruolo nel web che contribuisce a rendere quello italiano di qualità sostanzialmente scarsa. Ma per far questo è necessario un altro elemento fondamentale: smetterla di confrontarsi solo con lo share. Quali soluzioni adottare? Non sta a me indicare le soluzioni tecniche, soluzioni che hanno un’evidente rilevanza politica e di sistema. Quello che io auspico è che il primato gerarchico della pubblicità nella testa della dirigenza Rai lasci spazio ad una rinnovata vocazione civica e sociale, e che questa vocazione possa venire invocata e riafferma ad ogni passaggio.

Solo così il Servizio Pubblico fa il servizio pubblico. La soddisfazione del primato dello share è, al contrario, un boomerang se per ottenerlo si deve operare come un soggetto commerciale. Onestamente, preferirei uno share non al 38 ma magari al 32 o al 30, sempre comunque rilevante, che un dato più elevato “riempito” spesso di vacuità. A metà degli anni 50, quando finì il monopolio televisivo in Gran Bretagna, in pochi mesi la BBC perse il primato degli ascolti. Lo perse e lo riconquistò 10 anni dopo senza cambiar pelle per inseguirlo. Si ammodernò, modificò le sue offerte mantenendo un equilibrato rapporto tra informazione, formazione ed intrattenimento, continuando ossia a svolgere la sua funzione nei confronti del cittadino britannico, che la ha sempre ricompensata pagando un alto canone con un’evasione sotto al 5%. In Italia, come sappiamo, prima del canone in bolletta che esordisce questo mese, eravamo attorno al 27%.

Vista la grande abbondanza di professionalità artistiche, giornalistiche e tecniche che operano in Rai, sono convinto che con un’azienda “liberata” dalle pastoie degli ultimi decenni “non ce n’è per nessuno”, come è avvenuto nei campi scientifici, della produzione cinematografica e della ricerca. Inoltre, considerando che l’italiano è una delle più diffuse lingue di cultura mondiale, e che nel mondo c’è fame d’Italia; come auspicato dal prof. Gamaleri, un servizio pubblico degno di questo nome dovrebbe e potrebbe rappresentare il Paese in un contesto di globalizzazione, come per altro meritoriamente fa con alcune produzioni di alta qualità. Tanti sono stati gli appelli prodotti negli anni da parte di chi si batte per un ripristino, una rifondazione del ruolo del Servizio Pubblico. Nel mio piccolo, e anche con questo lavoro, io mi batto per questo, consapevole che se non ce la faremo, come dice Moretti, inevitabilmente il Paese “continuerà a farsi del male”.

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Operazione di recupero, tra informazione e polemica

3 Luglio 2016, 18:18pm

Pubblicato da Alberto Baldazzi

Operazione di recupero, tra informazione e polemica

La settimana dell’informazione mainstream che con la fine di giugno chiude tradizionalmente la stagione 2015-2016, ha coinciso con l’operazione, simbolica e concreta, del recupero del barcone affondato nell’aprile dello scorso anno con il suo carico di centinaia di vittime. Qualcuno dal fronte politico (leggi Giovanardi) ha avuto a ridire sulle spese sostenute dallo Stato per la difficile opera di recupero, finalizzata a dare un nome e una sepoltura a quei profughi disperati che, come altre decine di migliaia, hanno tentato e tentano di attraversare il Canale di Sicilia per fuggire a persecuzioni, alla fame e alla concreta prospettiva di perdere la vita. L’informazione di serata ha trasversalmente ripreso mercoledì la notizia del recupero, che rappresentava un impegno del Governo per rispondere all’indifferenza che in molti paesi della Vecchia Europa si manifesta nei confronti del flusso dei profughi. Tanti i muri che vengono costruiti o minacciati, e la scelta italiana del salvataggio in mare, dell’accoglienza e della pietà per le vittime appare in controtendenza e ci rende orgogliosi.

Giovedì e venerdì diverse testate sono tornate sulla vicenda, anche perché le nuove vittime delle ore successive hanno tenuto “alta” l’attenzione ad una emergenza che tale non è più e che andrebbe affrontata non solo sul mare, ma anche nel continente africano. Alla ripresa della stagione autunnale, siamo certi che arriveremo con un bilancio sempre drammatico e vittime e di operazioni di salvataggio, in attesa che l’Europa batte un colpo e che sia varato realmente il migration compact proposto dall’Italia.

Per tutta l’estate il tema dei profughi continuerà ad animare il dibattito europeo e quello interno a diversi paesi in preda a rigurgiti xenofobi. La stessa Brexit ne è stata una manifestazione, così come la recente decisione della Suprema Corte austriaca di far ripetere il ballottaggio per la Presidenza della Repubblica che riapre al rischio di una svolta verso la estrema destra in un paese al entro del Continente. Su questi temi l’informazione mainstream è stata attenta e prodiga di approfondimenti.

L’Osservatorio Tg vi dà appuntamento a settembre.

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Errata Corrige

30 Giugno 2016, 20:19pm

Pubblicato da Alberto Baldazzi

Errata Corrige

I Tg di giovedì 30 giugno 2016 – Con la stessa sicumera con cui ieri tutta l’informazione, Tg compresi, aveva sentenziato la “rottura” tra Merkel e Renzi sulla buccia di banana della difesa del sistema bancario, i Tg di serata ci raccontano oggi che “già da domenica” il piano italiano sulle banche era stato approvato dalla Commissione UE: apertura per Tg1 e Tg La7, titoli per Tg3. Questo cambio di scenario passa liscio su tutte le testate con l’esclusione di Tg La7 che, pur senza fare ammenda, ritornando allo scambio di battute a distanza tra i due leader parla con Mentana di “dialogo surreale”.

Essendo questa l’ultima analisi dei Tg della stagione, cogliamo le evidenti contraddizioni di qui sopra per segnalare come lo scontro per lo scontro sia diventato per l’informazione una “routine” da sbattere in prima pagina nell’angosciosa ricerca di lettori e ascoltatori. Rimaniamo sul punto per evidenziare che, con tutta probabilità, il Renzi di ieri, con la sua dura risposta alla Merkel ha probabilmente voluto “vincere facile”, avendo già in tasca l’ok sui 150 miliardi di ombrello garantito dallo Stato sul sistema bancario grazie al clima eccezionale creato dalla brexit. Ma la nostra, giusta o sbagliata che sia, è un’analisi giornalistica che non è dato vedere frequentemente nel panorama dell’informazione.

Dicevamo dell’ultima analisi della stagione. Nel congedarci e darvi l’appuntamento a settembre, siamo un po’ melanconici ma, al contempo, certi che quando torneremo troveremo lo stesso menù e la stessa gerarchia di notizie che lasciamo a fine giugno. La calda estate ci sfornerà ancora drammatiche notizie, come quella odierna dell’ulteriore naufragio con un bilancio di dieci donne annegate nel canale di Sicilia (doverosamente nei titoli dei Tg Rai e Tg5). Lo shock della brexit non svaporerà con il sol leone, e si riproporrà per tutta l’estate anche attraverso le convulsioni negli schieramenti politici britannici, di cui parlano Tg3 in apertura e titoli per Tg1 e Tg La7. Lo stesso dicasi per i micro o macro assestamenti nel combinato disposto riforma costituzionale-elettorale, che dopo la ripresa, questa volta davvero, all’ordine del giorno. I Tg Rai questa sera ipotizzano un Renzi “tentato” dall’accettare fintamente a forza una modifica dell’Italicum contro la quale si scagli M5S che disprezza il testo ma ne apprezza gli effetti benefici per se stesso. A proposito di 5 Stelle, è facile prevedere molti fari accesi – come stasera – sulle due sindache “alla prova” del governo di Torino e Roma. Anche le prossime settimane saranno segnate da dati contrastanti, come quelli odierni dell’Istat (titolo per Tg La7, servizi per altri) sulla “ripresina” piena di buchi e bachi (leggi deflazione). I probabili nuovi attentati terroristici in territorio europeo, come quello di ieri ad Istanbul (ancora in apertura su Tg2 e Mediaset), contrappunteranno le sconfitte dell’Isis in Iraq e in Siria, che fanno parlare questa sera diverse testate, tra cui Tg4 e Tg5, di un “califfato alle corde” grazie all’ “arrivo dei nostri”.

E se questi elementi, con matematica certezza, affolleranno l’informazione televisiva anche alla ripresa autunnale, è probabile che nelle nostre analisi si confermeranno alcuni elementi “fissi” della stagione appena conclusa: lo standard giornalistico elevato delle conduzioni di Enrico Mentana, comunque molto apprezzabile anche se Tg La7 non miete più i successi di qualche anno fa in termini di share; la tendenza a proporre buoni approfondimenti da parte del Tg2 e, auspicabilmente, una navigazione del nuovo Tg4 di Cecchi Paone sempre più lontano dalle secche del non giornalismo che storicamente hanno caratterizzato il Tg4 di Rete 4 fino alla scorsa primavera.

Buona estate a tutti.

Alberto Baldazzi, Luca Baldazzi, Lorenzo Coletta

Dati auditel dei Tg di giovedì 30 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

Dati auditel dei Tg di giovedì 30 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

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E’ già Italia-Germania

29 Giugno 2016, 20:01pm

Pubblicato da Alberto Baldazzi

E’ già Italia-Germania

I Tg di mercoledì 29 giugno – Tutte le testate, con l’esclusione di Tg3, aprono sulla strage di meno di 24 ore fa all’aeroporto internazionale di Istanbul. Molti i servizi, moltissimi i video riproposti con un certo parossismo, visto che le telecamere di servizio e i video amatoriali hanno immortalato le immagini di un kamikaze che si è fatto esplodere. Le analisi stentano ad emergere, mentre tutti danno inevitabilmente per scontata la matrice Isis. E’ forse il Tg1 quello che, grazie all’intervista con Paolo Magri dell’ISPI, “mette in chiaro” le possibili ragioni della vendetta del califfato, per lunghi mesi e sul molti fronti sponsorizzato dal governo Erdogan. Rimanendo in area mediorientale, nei titoli di Tg1 e Tg La7 e nei servizi delle altre testate il “segno” che il Parlamento italiano ha mandato al governo Al Sisi votando ad ampia maggioranza un emendamento che impedisce all’Italia di consegnare pezzi di ricambio militari all’Egitto. Questa una risposta “concreta” al lungo braccio di ferro per la vicenda Regeni.

Il titolo della nostra analisi l’abbiamo mutuato da Tg5, che così introduce il duro scambio tra Angela Merkel e Matteo Renzi a margine del primo Consiglio “a 27”. La questione banche è stata liquidata dalla Cancelliera tedesca con l’impossibilità di riformare regole condivise solo 24 mesi fa; la risposta di Renzi è stata esplicita: quando alla Germania (e alla Francia) è convenuto, ovvero nel 2003, la fondamentale regola del 3% è stata messa sotto al tappeto. Sono molto i Tg che tentano di spiegare cosa sia la questione bancaria riferita agli istituti italiani. Tg La7 e Tg1 sono quelli che meglio spiegano le difficoltà che incontra il governo italiano nel supportare il sistema bancario dopo l’entrata in vigore del bail in; il Tg di Mentana ricorda, comunque, come lo stesso bail in “prevede deroghe in caso di crisi sistemica” e, certo, la Brexit genera proprio una crisi di tal fatta.

La politica interna offre come piatto di giornata la possibile riapertura sull’Italicum a settembre grazie ad una mozione presentata da Sinistra Italiana. Nei titoli per Tg2, Tg3 e Tg La7 la possibilità che il governo approfitti di questa apertura non richiesta esplicitamente per ripensare intorno al combinato disposto riforma costituzionale-elettorale. Per Studio Aperto si tratta invece di una “nuova grana” per Renzi.

Grande spazio sui Tutti al recupero del barcone affondato nell’aprile del 2015 nel canale di Sicilia, con il suo carico di centinaia di corpi che ora si tenterà di identificare. Era stato un impegno assunto dal governo, realizzato con un’impresa ingegneristica d’avanguardia. Quasi tutti i servizi si chiudono con il riferimento alle innumerevoli vite salvate nelle ultime ore dalle unità navali italiane.

Segnaliamo in chiusura l’approfondimento del Tg2 sul lavoro dei dipendenti pubblici. Anche se non mancano i riferimenti ai fannulloni ed ai “furbetti del cartellino”, la testata diretta da Marcello Masi tenta di non fare di ogni erba un fascio, portando a galla anche la dignità di tanti bravi funzionari e lavoratori costretti alla gogna senza alcuna responsabilità.

Alberto Baldazzi

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“Get out, please”

29 Giugno 2016, 00:49am

Pubblicato da Alberto Baldazzi

“Get out, please”

I Tg di martedì 28 giugno – Aperture per tutti sul primo vertice a Bruxelles del ”dopo Brexit”, che ha visto sia l’Euro-Parlamento che il Consiglio d’Europa non fare sconti a Cameron, invitandolo ad essere conseguente e “veloce”. Tutti i Tg riprendono (titolo per La7) lo scontro Juncker-Farange. Anche il terremoto che ha provocato la sfiducia per il leader laburista Corbyn è abbondantemente ripreso nei titoli da Tg3 e TgLa7. Tg3, Tg1 e Tg La7 sottolineano nei servizi il comportamento poco comprensibile degli M5S che hanno votato all’Europarlamento insieme a Salvini e Farage contro la mozione di ampia maggioranza che invitava la Gran Bretagna a “far presto” per rendere operativo ciò che è emerso dal referendum. La “spiegazione” che fa riferimento al rifiuto di “atteggiamenti intimidatori” nei confronti della Gran Bretagna, noi non l’abbiamo proprio capita. Mentana segnala che assieme alle destre ha votato anche la sinistra di Tsipras. Rilevante spazio per tutti alle dichiarazioni di Renzi rilasciate ai giornalisti.

Mentre tutti riportano con un certo sollievo il rimbalzo delle borse - che comunque restano basse - TgLa7 costruisce una riflessione più ampia sull’invito di Draghi a garantire la solidità delle banche europee e, indirettamente, di quelle italiane. Anche Tg2 riflette sulle sofferenze bancarie, ospitando il Presidente dell’Abi Patuelli che tenta di fornire assicurazioni sulla solidità degli istituti italiani.

Tanti titoli e servizi sulla “euforia azzurra” – Tg1, Tg3, Mediaset (copertina per Tg5). Sempre su questo fronte, segnaliamo che Tg1 ieri sera ha beneficiato degli ascolti della partita contro la Spagna andata in onda sulla sua rete, raggiungendo una platea di 8.831.000 spettatori per uno share del 38,13%. Si tratta del record stagionale per un Tg.

Sul nuovo caso di femminicidio a Modena, ampio spazio su Mediaset. Tg4 sottolinea che “denunciare” le violenze subite molte volte non è sufficiente a scongiurare la morte di tante donne.

Tg5 dedica un titolo alla denuncia contenute nel rapporto di Legambiente sulla cementificazione delle coste e il conseguente inquinamento. Sempre Tg5 dedica un servizio ai nuovi sbarchi di profughi in Sicilia e Sardegna. Buono, poi, l’approfondimento del Tg2 sull’agricoltura nella terra dei fuochi, ancora in grado di produrre il meglio delle specialità italiane, con in studio Carlo Petrini, animatore di Slow Food.

Chiudiamo sulla morte di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, che occupa la parte finale delle edizioni su tutte le testate. Titoli per tutti, anche per Mentana che parla dell’ “unico tipo di violenza” – quella finta del Gigante Buono, “ che ci ha fatto divertire”.

Luca Baldazzi

Dati auditel dei Tg di martedì 28 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

Dati auditel dei Tg di martedì 28 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

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Asse Roma-Parigi-Berlino?

27 Giugno 2016, 20:05pm

Pubblicato da Alberto Baldazzi

Asse Roma-Parigi-Berlino?

I Tg di lunedì 27 giugno – Il vertice a tre tra Hollande, Merkel e Renzi che rappresenta una “novità” rispetto al tradizionale asse franco-tedesco, non entusiasma più di tanto i Tg di serata, ed è apertura per il solo Tg1. A parziale giustificazione di questa relativa sottovalutazione la scontata impossibilità di raccontare quello che i tre si sono detti e, aggiungiamo noi, una possibile scaramanzia: che i tre leader abbiamo qualche idea da portare a Bruxelles. Maggiore spazio sui Tg di serata all’anticipo italiano di questo vertice con il dibattito parlamentare sulle comunicazioni di Renzi.

Adeguata attenzione per tutti alla grande confusione che regna in Gran Bretagna, con Cameron che “fa l’inglese” e dà a intendere che “nulla è avvenuto” e che la situazione rimarrà tale fino a quando la Gran Bretagna non avvierà la procedura dell’Art 50. all’Unione Europea. Sempre per gli esteri – ma che, come è evidente, diventano quasi “interni” – le elezioni in simil fotocopia in Spagna che praticamente ripropongono i risultati di 6 mesi fa sono presenti fin dai titoli per molte testate, regalando la prospettiva di un altro grande paese europeo tutt’altro che stabile. E, sempre a proposito di elezioni, sia Tg5 che Tg La7 segnalano come nelle ultime occasioni (Brexit ed elezioni spagnole) i sondaggi non ci prendano più: un problema, dunque, non solo italiano.

In attesa che qualcosa avvenga sul serio – leggi la politica delatoria di Cameron – più di qualcosa è avvenuto anche oggi nelle borse. Per Mentana il -4 di Milano (dopo il -12 di venerdì) è in apertura, seguito da lunghi servizi di analisi economica.

Grande spazio su Mediaset, ma servizi anche per Tg1 e Tg3, allo stupro di una minorenne nel salernitano ad opera di un branco di suoi coetanei.

I 36 anni dalla strage di Ustica sono ricordati dai Tg Rai (titolo per Tg3).

Gli azzurri hanno battuto la Spagna, e questo fa piacere a tutti e su Tg1 e Tg5 si scatena l’entusiasmo che accompagna un risultato sostanzialmente inatteso.

Il lungo scambio di comunicati tra Usigrai e azienda relativa alla protesta dei giornalisti del Servizio Pubblico, è presente in conclusione di tutte e tre le testate.

Alberto Baldazzi

Dati auditel dei Tg di lunedì 27 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

Dati auditel dei Tg di lunedì 27 giugno 2016 - Fonte:www.tvblog.it

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Immigrazione in chiave Brexit

26 Giugno 2016, 14:23pm

Pubblicato da Alberto Baldazzi

Immigrazione in chiave Brexit

In una settimana dominata dagli esiti dei ballottaggi per le amministrative e dalla Brexit, è difficile trovare nell’informazione mainstream riferimenti diretti alle tematiche dei profughi e alla rotta libica. Solo Tg2 venerdì “si ricorda” dei barconi dei disperati che anche in questi giorni hanno solcato il Canale di Sicilia, riportando il dato delle 2100 vite salvate nelle ultime ore.

Di immigrazione si è poi parlato mercoledì “in chiave giudiziaria”, per la nuova inchiesta sul Cara di Mineo che ripropone la stessa spessa coltre di malaffare sulla pelle dei profughi che si era scoperta con Mafia Capitale: titoli e servizi per i maggiori tg, con Mediaset che a ragione parla di “nuova vergogna” per il più grande centro di accoglienza in territorio europeo.

Ma, a guardar bene, la stessa Brexit, seguita e commentata con decine di servizi da tutte le testate, è stata intrisa molto spesso a torto da continui riferimenti al tema dell’immigrazione, alla presunta “invasione” denunciata dalle forze di destra e xenofobe in mezza Europa. Il paradosso è che la questione profughi è stata centrale nella campagna per il leave, malgrado la Gran Bretagna sia stata solo sfiorata dai flussi degli ultimi anni. L’immigrato è, nella sensibilità di chi ha votato per “lasciare” l’Unione, anche il cittadino comunitario che vive nelle città inglesi, su cui si scaricano le tensioni sociali e la voglia di “muri” che rappresentano la soluzione più istintiva e improduttiva ai tanti problemi aperti che il Vecchio Continente non sa affrontare.

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